Baja Divide: Nelle terre di Elvis!

Per bello che sia bivaccare nel nulla passare la notte in un letto vero è decisamente una cosa differente, e al mattino ti risvegli sempre più riposato e pronto ad affrontare con più energie la giornata.
Usciamo da San Javier percorrendo una strada sterrata che attraversa il villaggio e costeggia un pacifico torrente. E’ appena giorno, la temperatura fresca ed la strada è in leggera discesa: una pacchia! Guadiamo il torrente dalle pacifiche acque un po’ di volte prima di svoltare a sinistra e addentrarci in un canyon lunghissimo.

La sterrata che ci porta fuori da San Javier

Apriamo e richiudiamo regolarmente i cancelli di filo spinato che delimitano le proprietà e procediamo ben ombreggiati dalle piante abbastanza rigogliose che crescono sul fondo della lunga vallata. In ogni proprietà delle mucche e dei cavalli pascolano liberamente e incuriositi dal nostro passaggio ci seguono incuriositi con lo sguardo. Per la prima volta, dopo giorni, non dobbiamo scendere e salire le sponde di un canyon, ma ci pedaliamo dentro, sul fondo, abbastanza al fresco e con una vista nuova!

L’imbocco del lungo fondovalle di un canyon rigoglioso

Procediamo tranquilli e senza intoppi, guadando di tanto in tanto il torrentello che costeggiamo trovando caprette, cavalli e asini che si abbeverano negli stagni formati a bordo strada dalla poca portata dell’acqua.

La vista dalla cima della salita che ci separa dal prossimo canyon da attraversare.

Giunti al fondo del canyon risaliamo la bassa sponda terminale e ci addentriamo riprendiamo ad attraversane una altro, più largo ma sempre piacevole.
Ci fermiamo a pranzare in riva ad uno stagno, con il sottofondo delle rane che gracchiano mentre lasciamo le borracce a mollo per rinfrescarle un po’. Ancora non ci fidiamo a filtrare queste acque ristagnanti quindi cerchiamo di centellinare quella potabile che abbiamo.

In questi stagni troviamo refrigerio ma non ci fidiamo a berne le acque!


Continuiamo così per parte del pomeriggio, fin quando il canyon comincia ad allargarsi e tra le due estremità ormai ci sono km di distanza, mentre la strada si fa via via più severa.
Ormai i guadi non son che attraversamenti di un letto di torrente secco, coperto di sassi tondi e levigati, seguiti da lunghi tratti sabbiosi e impossibili da pedalare.
Così, a ripetizione per non so quante volte, allo sfinimento, attraversiamo da una sponda all’altra questo sassoso letto, la cosa ci sta spossando, anche perchè ora non siamo più all’ombra e la temperatura è di nuovo alta.

Uno dei guadi che a ripetizioni abbiamo affrontato oggi.

Quando la traccia finalmente sembra lasciare la direzione del torrente mancano circa 35km al prossimo villaggio e tiriamo un sospiro di sollievo, felici di non dover più guadare quel maledetto inferno di sassi e sabbia.

Lì a sinistra, anche se non si vede, c’è Samy che spinge la bici!


Ma ancora una volta questo percorso non ci regala nulla e dopo pochi km di gioia per aver superato un ostacolo, eccone un altro: il borotalco! La sabbia ora è diventata finissima, quasi impalpabile come il cosmetico solo che al posto di profumare questa ha l’odore delle maledizioni che stiamo tirando!
Pedalare a tratti è davvero pesante, e le ombre ormai sono lunghe quando finalmente vediamo, in lontananza, le pale del mulino eolico e i tralicci della linea elettrica: ci siamo, ancora qualche km e siamo al villaggio!

Momenti di sconforto tra guadi secchi e sabbia finissima.

Arriviamo a Federal Ley Des Aquas N°1 (che nome curioso per un villaggio) alle 17, con il sospetto che qui non si trovi molto per dormire anche se ricordo di due americani che in questo villaggio avevano dormito nella palestra della scuola. Mentre nel piccolo emporio compro provviste per cena e per l’indomani, Samy rimane fuori a controllare le bici. Appena esco la vedo che parlotta con un ragazzo, sui 16 anni, che è arrivato con delle arance in mano per conoscere questi due viaggiatori a pedali.
Elvis lavora nella piantagione e ha appena finito il suo turno ed è venuto per offrirci quello che poteva, delle bellissime aranche appena raccolte.
Decidiamo di chiedere se sa di un posto per passare la notte con la nostra tenda, lui ci fa segno di aspettare e si avvicina a casa sua.
Poco dopo, sull’uscio, si affaccia una donna, credo sua mamma, che con un cenno del capo da un segno positivo: possiamo accamparci qui.
Elvis ci corre incontro tutto fiero ed orgoglioso, e ci dice: “mia mamma mi ha dato il permesso di ospitarvi qui da noi, nella nostra terra” e con un gesto della mano ci indica un piccolo prato dietro la sua abitazione. A vedere quel gesto sembra che ci stia indicando ettari e ettari di terreno, invece altro non è che un cortile, ma evidentemente l’orgoglio di possedere quel poco di terra per lui è motivo di vanto.

Il campo nella terra di Elvis.

Piazziamo la tenda dietro due giovani piante di limone, al nostro fianco un piccolo recinto con dei maiali e sulla nostra testa un grosso albero con appollaiato un bellissimo gallo, come quelli di Mulegé, ma molto, molto più fortunato a quanto pare.
Piazziamo la tenda col buio, mentre i vicini del nostro ospite ci guardano incuriositi e ci salutano con un cenno della mano, Elvis ci invita a fare fuoco con la legna che c’è accatastata di fronte a noi, ma noi siamo troppo stanchi per dedicarci al fuoco e appena dopo aver cenato, ancora impolverati e sudaticci ci chiudiamo nei sacchi a pelo e ci addormentiamo.
Domani arriveremo a Ciudad Constitution e con molta probabilità ci fermeremo lì nel pomeriggio per riposare un po’ dato che questi ultimi tre giorni sono stati davvero stancanti, e anche se io ormai sto decisamente meglio, preferisco comunque non tirare troppo la corda. Le previsioni non sembrano molto incoraggianti e in queste zone, in caso di pioggia, procedere sulle piste sabbiose diventa impossibile, quindi dobbiamo calcolare bene le tappe per sfuggire al maltempo. Fino ad oggi siamo stati fortunati!

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