C’era una volta un’isola. Il racconto del nostro Baja Divide

Siamo in quarantena. La nostra libertà che davamo per scontata ora è limitata (per chi come me rispetta le regole ovviamente, perchè un sacco di persone se ne fregano e iniziano oggi a scoprire la vita all’aria aperta) ma non mi va di fare un post polemico e insultare i microcefali che purtroppo popolano il mondo.

Voglio parlarvi di un viaggio, DEL viaggio che mai potrò scordare, del viaggio che mi ha fatto scoprire cosa realmente voglia dire “sentirsi liberi”, voglio parlarvi del nostro viaggio nella Baja California (si legge BAHA)intrapreso ormai troppo tempo fa.

Parto con una piccola prefazione e poi, nei giorni a seguire, inizierò il racconto vero e proprio, rivivendo e raccontandovi ciò che Samy ed io abbiamo vissuto, attraverso i miei ricordi che sono indelebilmente stampati nella mia mente e i miei appunti che giornalmente scrivevo sul mio taccuino per non dimenticare i dettagli più piccoli.

Il mio racconto, se fosse un libro si intitolerebbe:

C’era una volta un’isola

C’era una volta un’isola, un luogo incontaminato in cui gli indios vivevano tranquilli in piccole oasi verdeggianti immerse tra incredibili montagne le cui forme ricordano il corpo di una donna gigante sdraiata. Le coste di questa isola, tranquille e pacifiche, vedevano branchi di balene nuotare e riprodursi nelle tranquille acque color turchese.

I pirati dei caraibi, si narra, venivano su queste spiagge a seppellire tesori, molti dei quali ancora oggi non sono stati trovati. Recentemente sembrerebbe che un carrozziere di La Paz abbia trovato uno di questi tesori, diventando ricchissimo ma, con la maledizione che protegge ogni singolo tesoro dei pirati, sia poi caduto in miseria.

Questa isola, nei secoli, ha visto le sue acque turchesi diventare rosse dal sangue delle balene uccise dai balenieri che nel mar di Cortèz quasi brulicante di cetacei, avevano trovato la loro miniera d’oro. Era talmente tanto facile ucciderle che il rischio di vedere le balene scomparire per sempre fu praticamente sfiorato fino a quando non ne venne proibita la caccia. Dopo questo divieto ricominciarono a tornare dai freddi mari del nord per svernare e riprodursi nelle calde acque di questi mari e ancora oggi, fortunatamente, si possono vedere questi tranquilli e giganteschi animali nuotare paciosamente tra le acque tornate al loro bellissimo colore originario.

Ci vollero anni e anni di esplorazione per capire che questa fantastica isola era, in realtà, una penisola, il prolungamento di quella enorme terra americana chiamata, oggi, Stati Uniti D’America, una specie di piccola coda che dalla California prosegue verso sud-sud est, costeggiando il Messico. Terra tranquilla in cui il tempo sembra essersi fermato agli anni 40-50, dove è ancora la natura a dettare i tempi, dove il caos e lo stress della nostra “civiltà” è tenuto alla larga e dove è così facile ritrovare un calore umano spesso dimenticato o lasciato da parte.

Una penisola che rimane, per me, un’isola, separata dal resto della terraferma da una linea immaginaria che la taglia lungo una linea immaginaria che passa da Tijuana e Tecate perché, passate queste città caotiche si piomba, in tempo zero, indietro nel tempo, quasi in un’altra dimensione.

Sto parlando della Bassa California Messicana, la Baja California, che abbiamo scoperto e amato a colpi di pedale addentrandoci dove fino a pochissimi anni fa nessun ciclista aveva osato andare, per ragioni tecniche e organizzative che poi vedremo, e che nei secoli aveva visto passare pirati esploratori e missionari.

Vi racconterò di come abbiamo assaporato la libertà attraversando questa fantastica terra e delle meravigliose persone che abbiamo avuto la fortuna di conoscere lungo il nostro viaggio.

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